28 marzo 2012

Giovani e lavoro oggi


Cerchi lavoro? Devi aver già lavorato e avere già un'esperienza lavorativa. È il requisito che deve possedere oggi un giovane per trovare un lavoro. Sembra un paradosso, ma è così. Lo confermano le agenzie di inserimento lavorativo. Trova più facilmente un impiego una persona munita magari solo del diploma, ma che ha già fatto esperienza, anche in forma di stage, rispetto a un laureato che si è dedicato esclusivamente allo studio. Si tratta ovviamente di una generalizzazione, fatta sulla base delle interviste effettuate in alcune agenzie di lavoro della città. Ma è comunque possibile dipingere un quadro, seppure approssimativo, della situazione dei "giovani e lavoro", prendendo come riferimento la fascia di età tra i 20 e i 30 anni. In quest'area si collocano sia i diplomati (19-20 anni), per lo più ragionieri o geometri in cerca di primo impiego, sia gli studenti universitari in cerca di un lavoro saltuario per pagarsi gli studi (20-25 anni), sia i laureati (23-30 anni). Tra queste la categoria più "svantaggiata", che fatica maggiormente a trovare un impiego, sono proprio i laureati. Hanno richieste di lavoro molto specifiche, vogliono e talvolta pretendono lavori che abbiano attinenza con il proprio titolo di studi. Richieste spesso difficili da accontentare. Per almeno due motivi: innanzitutto la scarsità di offerta da parte delle aziende, poi anche la mancanza di esperienza da parte del neolaureato. Esistono anche tanti studenti che, durante l'università, si adattano a svolgere qualsiasi tipo di lavoro (anche commesso o magazziniere), soprattutto in tempo di crisi. Ma la tendenza, una volta ottenuta la laurea, è quella di cercare un impiego il più possibile attinente al percorso di studi. Esperienza e specializzazione, dunque. Questo fa la differenza. Altro fattore decisivo per un'assunzione sono le lingue, sulle quali i giovani anche laureati sono un pochettino "deboli".

nonnoenio

34 commenti:

  1. come tutte le cose anche la laurea se è rara vale, altrimenti se ce l'hanno tutti valgono le mani di chi lavora per davvero.

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  2. C'è carenza di parrucchiere ed estetiste, ma vi siete chiesti perchè? vi siete chiesti perchè la maggior parte delle ragazze che escono da queste scuole professionali dopo qualche anno cambiano lavoro pur avendo questa passione? Semplice... hanno il peggior contratto collettivo nazionale che esista... lo stipendio medio è di 600-700euro! e dopo l'apprendistato e anni di esperienza lo stipendio massimo a cui possono ambire è di 1000 euro... per questo ci sono tanti saloni di acconciatori... perchè chi ha passione se ne apre uno suo per poter riuscire a campare con quello che gli piace fare... e poi ci sono i "cinesi" che tagliano a 8 euro e fanno le stesse cose a prezzi bassissimi.

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  3. i problemi sono due. Primo, gli stipendi bassissimi di un'apprendista, roba da 800/900 euro al mese, e secondo la totale mancanza di scuole professionali. In Germania ci sono scuole per ogni tipo di profesione, dall'autista, al pastore, al commesso, da noi trovi solo licei, ragionieri, geometri,elettricsti e laureati che pretendo stipendi altissimi. Appena si siedono, la prima domanda che fanno è quanto verrò a prendere no che cosa devo fare e se sarò in grado di farlo bene...

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  4. Secondo me il problema è che c'è poco lavoro.
    Lo dico per esperienza personale.
    Quando una azienda cerca personale da assumere perché gli serve e quando la domanda è superiore alla offerta, ne consegue che le condizioni contrattuali sono necessariamente più vantaggiose per chi viene assunto, dato che le aziende si trovano costrette a promettere condizioni migliori dei concorrenti.
    Quando una azienda invece ha più personale di quello che gli serve e quindi la domanda è inferiore alla offerta, le condizioni contrattuali diventano "punitive", nel senso che l'azienda ti fa un favore a farti lavorare e se non ti va bene sei libero di cercare altrove, sapendo che i concorrenti offrono lo stesso o peggio.

    Il problema dei "giovani" è un residuato degli anni '70, quando i "giovani" erano una categoria filosofica.

    In realtà i meccanismi domanda/offerta e le derivate contrattuali sono trasversali rispetto ad età, professionalità e ogni altra condizione. Infatti cosa altro c'è dietro concetti come "mobilità" e "diritti dei lavoratori"?

    Da cui, lo ribadisco, il problema di cui bisognerebbe parlare è come fare in modo che le aziende tornino a produrre in Italia.

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  5. E ribadisco un altro concetto, già che ci sono: il "terziario avanzato" non produce ricchezza, la consuma. Creare posti di lavoro nel "terziario" è stata la cosa peggiore che potevamo fare, dato che ci ha tagliato le gambe.

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  6. Ciao Enio e buona serata. Ciò di cui ci informi, succedeva anche quando io ero un "giovane" diplomato, fine anni 70. Come geometra, peraltro, all'epoca non potei aspirare neanche a manovale di cantiere (la famosa esperienza!!) perché era l'epoca di una delle tante crisi del settore edilizio. Per fortuna, sempre all'epoca c'erano i concorsi pubblici e, quindi, dopo tanti anni che avevi studiato e t'eri impegnato, potevi sperare in quella "lotteria", ultimo e decente investimento di quel pezzo di carta che avevi conquistato.

    Personalmente, già all'epoca ritenevo la richiesta di "massima esperienza" una tipica coglionata all'italiana perché un neo laureato o diplomato che sia, se non inizia a lavorare nel settore nel quale si è specializzato perché nessuno lo vuole ma che minchia di "esperienza" fa?

    E questo, credo sia il nocciolo della questione: le aziende italiane non investono in formazione, ricerca e innovazione già da decenni e, questo, è il vero motivo della crisi che ci sta strozzando perché produciamo roba vecchia mentre i "cervelli" appena usciti dall'università, se ne vanno all'estero, prima per fare "esperienza" e, poi, per meravigliare con le loro capacità.

    All'epoca, peraltro, uno con la "massima esperienza" aveva ancora la possibilità di vedere la stessa riconosciuta economicamente. Oggi, neanche quello perché c'è talmente tanta "esperienza" a spasso che le aziende ne approfittano per "sbracare" la loro offerta (tanto, se rifiuti c'è sempre un altro che ha bisogno di lavorare).

    Ma adesso, non ci dobbiamo preoccupare! Aboliranno l'art. 18 e diventeremo un Paese fantastico!

    Per concludere, sarei curioso di capire alcune cose affermate da LORENZO e che ignoro. La prima: cosa vuol significare "... i giovani degli anni 70 erano una categoria filosofica..."

    La seconda: perché il "terziario avanzato" ovvero quello che si dedica all'alta tecnologia, secondo lui "non produce ricchezza ma la consuma".

    La terza: non ho capito una cippa del discorso "In realtà i meccanismi domanda/offerta e le derivate contrattuali sono trasversali rispetto ad età, professionalità e ogni altra condizione. Infatti cosa altro c'è dietro concetti come "mobilità" e "diritti dei lavoratori"?

    Sarei veramente curioso di capire!

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  7. E'sempre rischioso fare dei discorsi a carattere generale, ma chissà perché i figli d'arte (per così dire) il lavoro lo trovano sempre, anche due!

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  8. Semplice:
    1. Negli anni '70 il "giovanilismo" era una moda. Come se i "giovani" fossero una categoria a parte, separata e contrapposta. Nonché ovviamente depositaria di qualche virtù magica. Ovviamente questo si associava facilmente sia ai residuati del fascismo che con le varie sinistre, entrambi ideologie "rivoluzionare" che si fondano grandemente sulla coglionaggine eroica tipica degli immaturi.

    2. il "terziario" non ha niente a che fare con la "tecnologia" ma coi "servizi" e col "commercio". Tipico esempio di "terziario" sono le assicurazioni, le agenzie viaggio o le televisioni a pagamento. La "tecnologia" invece è funzione delle produzioni industriali e richiede grossi gruppi che hanno la capacità di finanziare la ricerca, cosa che in Italia è impossibile perché le aziende sono padronali e troppo piccole.

    3. Se le aziende non producono in Italia non hanno bisogno di assumere ma anzi tendono a dismettere. Questo abbassa drasticamente il potere contrattuale sia di chi ha un impiego che di chi lo cerca. Il concetto è di una semplicità elementare. Se in Italia esistessero aziende che sviluppano software, queste aziende si litigherebbero i migliori ingegneri del software, programmatori, sistemisti, eccetera. E quindi farebbero a gara a proporre condizioni contrattuali più appetibili e sarebbero interessate a quello che fanno le scuole e le università. Questo non vale solo per chi è al primo impiego ma anche in funzione della "mobilità" e dei "diritti". Infatti non ti pesa lasciare un lavoro se sai di poterne trovare un altro migliore. E come lo sai te, lo sa anche l'azienda per cui lavori.
    Viceversa, in una situazione dove le aziende di IT italiane al massimo fanno programmini per paghe e contributi, il programmatore è aggrappato al "posto" con le unghie perché ha il terrore di trovarsi sul mercato dove cento persone si litigano dieci posti malpagati.

    Riguardo la fuga dei cervelli, è abbastanza un mito. Più banalmente gli Italiani emigrano, anche i pizzaioli e i camerieri, semplicemente perché all'estero si guadagna di più. All'estero non aspettano il laureato italiano, semplicemente lo assumono se e quando ne hanno bisogno. Cosa che come dicevo sopra, è possibile solo se esiste produzione.

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  9. Ah, perché tutti parlano dei "giovani"?
    Perché parlare del problema vero e cioè che in Italia non esiste LAVORO in generale, è abbastanza più complicato.
    Perché implica dovere spiegare la differenza tra "lavoro" e "posto di lavoro".
    Come ho detto sopra, in una economia sana, le aziende hanno bisogno di manodopera, ai vari livelli.
    Mentre in una economia da fine dell'impero come la nostra, diventa una funzione dello Stato GARANTIRE il "posto", o assumendo direttamente nel "settore pubblico", oppure sovvenzionando e incentivando a vario titolo determinati settori del "privato".

    Per un politico è molto più semplice dare soldi alla gente piuttosto che fare funzionare l'economia. Ovviamente dura fintanto che ci sono soldi in cassa.

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  10. Abbiamo smantellato l'industria per far posto al settore terziario, servizi e finanza.... ora ingegneri, consulenti, esperti ne sforniamo a migliaia (a milioni in Cina) anche nei paesi emergenti. Il risultato è che non abbiamo più l'industria, l'agricoltura è diventata per pochi esperti, il commercio è in mano agli stranieri (cinesi) e la finanza sappiamo tutti in che acque sta navigando.
    Smettete di studiare e andate a fare i taglialegna se volete un futuro.

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  11. Ecco il risultato di TUTTI ALL'UNIVERSITA'... diritto allo studio per tutti (meritevoli e asini conclamati). Rettori che si vantano di avere NUMERI anzichè studenti. e poi.. laureati in lettere, matematica possono unicamente tendere a carriera di professori o ricercatori... ma anche di questi ce ne sono già a bizzeffe e tutti precari. E in questo bailame la meritocrazia dorme sonni tranquilli.l'unica speranza è emigrare o tentare un concorso nel pubblico, con raccomandazione... se si è donna e bona, per intenderci una gnocca, chiederla al Silvio nazionale, lui per una bottarella oltre alla raccomandazione ti da anche una bella mancia.

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  12. "tutti alla università" funziona quando l'economia è in fase di espansione. Si aprono nuove fabbriche, si applicano nuove idee, nuovi prodotti, nuove tecnologie. In quel caso alla università sarebbe richiesto di diplomare (il più velocemente possibile) persone con formazione tecnica e scientifica.

    In Italia abbiamo sempre avuto la famosa "magna grecia" con la cultura del "sapere umanistico" e l'antico retaggio per cui l'intellettuale non lavora con le mani.

    Adesso stiamo smantellando la poca industria che c'era, per altro un processo avviato molti anni fa che si concretizza solo ora. Per cui non solo i laureati non sarebbero comunque adatti per formazione ma in ogni caso anche se lo fossero non troverebbero occupazione, semplicemente perché le produzioni non sono in Italia.

    Faccio un esempio concreto: qual'era l'università simbolo degli anni '80 e '90? La Bocconi. E che laureati sforna la Bocconi? Gente che va a lavorare nella finanza, nei servizi, nel marketing. I famosi "manager", il cui operato lo vediamo ogni volta che una azienda fallisce pagandogli contemporaneamente il bonus.
    Chi sono gli imprenditori italiani?
    Berlusconi vende spazi pubblicitari e abbonamenti TV.
    Dellavalle vende scarpe.
    Delaurentis produce intrattenimento.
    Poi c'è qualche immobiliarista.
    Nani, ballerine, intrallazzi.

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  13. è una sofferenza vedere i nostri figli precari a vita e molti boiardi di stato con doppi tripli stipendi!Figli di parlamentari accasati con mega stipendi... spero che questa generazione al fin si ribelli... perchè un giovane senza lavoro é una speranza delusa, una vita sprecata, una prospettiva senza futuro, una cornice vuota, i politici hanno delle responsabilità terribili, ma se ne fottono, si preoccupano di tutt'altro! e il malcontento potrebbe esplodere! Giorno 13 incominciano i penzionati (quelli che erano in lista di prepenzionamento in attesa di andare in pensione e lasciare il posto ai giovani ""sono parecchi)e che sono stati trombati da Monti"" poi ci saranno tutti gli altri lavoratori... Bersani ha parlato di cazzotti se non si riesce a convincere gli italiani, io invece gli darei tanti calci in culo. Questa sinistra che ha passato il suo tempo negli ultimi anni a cercare di delegittimare il puttaniere Silvio, si ritrova oggi a non poter governare e quel che fa più incazzare senza idee da proporre...

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  14. vedi enio, finché rimarranno alcuni "brontosauri della politica" dalle scarse capacità amministrative, ma molto attenti alla "poltrona" , per giovani preparati la vedo dura , ricordatevi il prossimo anno....

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  15. Ciao Enio e buon pomeriggio. Sono sicuro di aver postato un commento in risposta a Lorenzo, circa un'ora fa, anche un po lunghetto. Sono sicuro perché l'ho anche letto. Però, ora non lo vedo più. C'è qualche problema?

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  16. @Carlo

    il tuo commento l'ho letto sul mio indirizzo nonnoenio@yahoo.com e pensavo fosse stato postato anche sul blog (ti rammento che io ne ho 2, non per megalomania, ma perchè da pensionato mi piace "scrivere", prova a guardare su Altogether da Chieti, non vorrei ci fossero problemi con blogspot.it - Ogni tanto capitano delle cose strane, che non sto quì ad elencarti. Se il tuo post fosse andato perso me ne dispiacerebbe parecchio e se tu ne avessi ancora traccia potrei postartelo io on line. Per farlo dovresti rimandarmene una copia.

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  17. Ciao Enio e buona serata. Sapevo dei tuoi due blog che, infatti, frequento. Su Altogether ho postato tutt'altro, nel tardo pomeriggio e ancora c'è. Purtroppo, anche da noi va a periodi e ci sono anche quelli in cui scompaiono i commenti. Misteri di queste piattaforme. Proverò a riformulare il mio commento ai punti di LORENZO e vediamo se stavolta "regge". Anche se Lorenzo ha proposto ulteriori commenti, penso di non considerarli, non solo per non allungare troppo "il brodo" ma anche perché non cambiano nulla alla sostanza di ciò che avevo chiesto al medesimo. Posterò il commento in due soluzioni perché, stavolta, il sistema mi ha segnalato "Non è possibile accettare il codice deve contenere al massimo 4.096 caratteri specificato". Altro mistero.

    Le risposte di Lorenzo mi chiariscono parecchi dubbi che avevo sulle 3 affermazioni dello stesso, sulle quali avevo chiesto chiarimenti e che, pertanto, formulerò per punti:

    1 - Mi pare azzardato, da adulto, definire i giovani una categoria "filosofica" e per giunta, cogliona. Soprattutto se ti riferisci a quella degli anni 70. Primo, perché la contrapposizione generazionale è sempre esistita da che mondo è mondo. E' un percorso di "ribellioni" che ha interessato tutte le generazioni che si sono succedute nella storia dell'uomo. E per fortuna, aggiungo io. Altrimenti, staremmo ancora al paleolitico. Da adulti, subentra la riflessione, comunque frutto di un'esperienza fatta e maturata e, quindi, può anche essere di natura critica. La loro "esperienza" devono farla. Vallo a dire ad un giovane che è coglione, vedrai la reazione! Secondo, è decisamente opinabile aver paragonato la "generazione anni 70" a quella attuale. Si può non essere d'accordo, come tu fai, sulla stessa ma l'epoca è stata percorsa da fermenti politici di destra e di sinistra che si fondavano su una cultura sviluppata in un ambiente extraparlamentare e rivoluzionario. Un momento in cui si sentiva l'esigenza di uscire dall'immobilismo politico scudocrociato che soffocava il Paese. A quell'epoca, è seguita quella della politica dell'ignoranza e dell'ignoranza nella politica. Quella che, purtroppo, caratterizza i giovani d'oggi, soprattutto i 20enni figli del "berlusconismo" che hanno vissuto totalmente e di chi, più maturo, è schifato quanto noi della politica.

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  18. Ci risiamo! Sparita la seconda parte. La divido ancora:

    ...Se, poi, la politica ne ha approfittato strumentalizzando certi fermenti, da cui il termine "giovanilismo della politica", allora la critica ci può stare. Ma nei confronti della politica e non dei giovani.

    2 - So benissimo cosa si intende per terziario e cosa sia il terziario avanzato. Volevo sapere da te cosa intendevi per "terziario avanzato", visto che lo hai citato nel tuo commento e, soprattutto, perché non produce ricchezza ma la consuma. Per maggior chiarezza di chi legge, ricordo che il terziario avanzato è l'insieme delle attività economiche nei settori delle nuove tecnologie dell'informazione. Quindi, al terziario avanzato appartengono le aziende di telecomunicazioni, le aziende informatiche, le aziende new media e i servizi di consulenza e di elaborazione delle informazioni. Il termine è nato negli ultimi decenni per distinguere dal grande calderone del settore terziario, le imprese di servizio a basso valore aggiunto da quelle ad alto valore aggiunto e tecnologico. Ricordo, inoltre, che la percentuale del terziario avanzato nei confronti degli altri macro-settori, consente di determinare il grado di sviluppo economico di un paese. Per questa sua importante caratteristica anche il terziario avanzato è considerato uno dei principali settori produttivi di un sistema economico in aggiunta agli altri tre settori produttivi tradizionali di un sistema economico (primario, secondario, terziario). Detto questo, noto una contraddizione nelle tue affermazioni. Nel punto 3) scrivi "Se in Italia esistessero aziende che sviluppano software, queste aziende si litigherebbero i migliori ingegneri del software, programmatori, sistemisti". Oh bella! Ma questa gente non fa parte del "terziario avanzato"? Secondo il tuo ragionamento, che li incentiviamo a fare?

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  19. 3 - La classica legge della "domanda e dell'offerta". Oggi, in Italia c'è tanta domanda di lavoro ma poca offerta. Quella poca, è da strozzinaggio. Grazie per avermelo ricordato. Stante quanto tu affermi, tuttavia, non comprendo la tua ritrosia verso coloro che difendono l'art. 18 e perché siano criticabili tutte quelle posizione che vogliono "tenere il posto" con i denti. L'alternativa? Aspettare le promesse della ministra che piange?

    Infine, sui "miti": sarà pure un mito ma dai camerieri ai laureati in matematica, se ne vanno tutti da questo Paese che, quindi, rimane vecchio e non produce più nulla. Soprattutto, non stimola la ricerca e l'innovazione dove, per l'appunto, troverebbero spazio quei "cervelli" di cui ho parlato.

    Speriamo che stavolta tenga e buona serata a tutti.

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  20. @Carlo

    Ti ringrazio per le tue argomentazioni e spero che Lorenzo voglia risponderti, comunque...

    adesso riesco a leggere il tuo commento per intero anche se in diverse sezioni. Hai mandato i crisi blogspot.it per la lunghezza dei tuoi esposti, neanche loro sono abituati a ciò.

    Scherzo naturalmente, non conoscevo queste limitazioni a 4.096 caratteri massimi.

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  21. "Mi pare azzardato, da adulto, definire i giovani una categoria "filosofica" e per giunta, cogliona."
    Non mi sono spiegato bene.
    I giovani sono "coglioni" perché sono "incompleti", gli mancano sia le informazioni che i modi per metterle insieme, quindi sono avventati. E' un tratto comune a tutti gli animali, i topi giovani sono quelli che finiscono nelle trappole o avvelenati.

    Il discorso degli anni '70 parte da questo assunto per definire il "giovanilismo" come uno strumento di controllo delle masse. Le rivoluzioni sono governate da una elite che usa una certa parte della popolazione come leva per ottenere il controllo. Se te voi organizzare la Marcia su Roma o la Presa del Palazzo d'Inverno chi ci mandi, i padri di famiglia o i giovani ribelli? Se hai bisogno di una milizia zelante che tagli delle teste, recluti i pensionati o le Guardie Rosse?

    Il trucco consiste nel convincere i topi giovani che finire nella trappola o mangiare l'esca avvelenata è una cosa "eroica", da fighi e che cosi facendo si costruisce il "mondo migliore" (nel frattempo non guasta anche potere trombare qualche cameata/compagna). Il risultato è che intere generazioni vengono ingoiate dalle trincee a beneficio di quelli che organizzano lo spettacolo dalle retrovie.

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  22. "A quell'epoca, è seguita quella della politica dell'ignoranza e dell'ignoranza nella politica."
    E qui ti sbagli.
    La "ignoranza" è uguale, solo che negli anni '70 i ragazzi veniva raccontata la favola che loro stavano costruendo il "futuro" e che erano "eroi" della "rivoluzione". Non capivano e non sapevano una fava esattamente come oggi, erano solo più indottrinati e in maniera capillare. Io ricordo all'asilo le maestre facevano cantare ai bambini "bandiera rossa", "bella ciao", eccetera.
    Oggi alla Finanza non serve più quel tipo di condizionamento perché ci tengono tutti per le palle coi mutui, i fondi e le infinite gabelle.
    Tanto è vero che abbiamo un governo che è stato nominato direttamente dai "mercati".

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  23. "il terziario avanzato è l'insieme delle attività economiche nei settori delle nuove tecnologie dell'informazione."
    Questa definizione va bene per chi non ha idea di cosa siano le "nuove tecnologie". Io ci lavoro invece e la "fuffa" non me la vendono tanto facilmente.
    Noterai per esempio che le banche non hanno quasi più sportelli al cliente e che stanno muovendosi, come le assicurazioni, verso i servizi "online".
    La questione "tecnologica" è minima, nel senso che l'unica reale differenza è il fatto che più il tempo passa più la connessione ad Internet diventa comune. Che fa abbastanza ridere di perse, visto che è una funzione del telefono nota da 30 anni.
    La questione sostanziale invece è che non solo la banca non ha più bisogno di personale nelle filiali ma che sposta parte del "lavoro" sul lato del cliente e delle aziende esterne che gli forniscono la piattaforma (vedi alla voce outsourcing). In teoria Banca Intesa potrebbe farsi fare tutto il software in Guatemala e avere i server in Islanda. Anzi, Banca Intesa è cosi "terziaria" che non esiste nemmeno più come entità fisica.

    "Ricordo, inoltre, che la percentuale del terziario avanzato nei confronti degli altri macro-settori, consente di determinare il grado di sviluppo economico di un paese."
    Ecco, contesto questo assunto. Nel nostro caso funziona esattamente al contrario. La percentuale di "terziario avanzato" determina il grado di crisi economica del paese.

    "scrivi "Se in Italia esistessero aziende che sviluppano software, queste aziende si litigherebbero i migliori ingegneri del software, programmatori, sistemisti". Oh bella! Ma questa gente non fa parte del "terziario avanzato"?"
    Nella mia definizione NO.
    Il software serve alla PRODUZIONE, cioè alla INDUSTRIA, non a creare un database di clienti per gli abbonamenti alla Pay per View.
    La differenza è evidente quando dico che Banca Intesa NON ESISTE fisicamente, potrebbe essere completamente "distribuita" nella "nuvola" e quindi produrre ZERO lavoro in Italia.
    Tu mi dirai ma cosa obbliga una industria italiana a creare un indotto nell'Informatica italiana invece di crearlo altrove?
    In teoria niente ma nella pratica l'industria tende a creare un indotto nelle sue immediate vicinanze, per questione di praticità e di logistica. Per citare un esempio banale, se hai bisogno di un servizio di reperibilità non conviene avere gli addetti che vivono in un fuso orario con 12 ore di differenza o che parlano un'altra lingua.

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  24. "Secondo il tuo ragionamento, che li incentiviamo a fare?"
    Gli "incentivi" sono il male assoluto. Niente andrebbe incentivato. Una certa attività o funziona e sta in piedi o non funziona e quindi deve cessare.
    Lo scopo di chi governa è creare le condizioni al contorno per cui si possano sviluppare attività sane, non quello di creare dei mostri in laboratorio o di tenere in vita artificialmente attività moribonde. Ti dice niente gli esempi tipo IRI, Alitalia, eccetera?

    "comprendo la tua ritrosia verso coloro che difendono l'art. 18 e perché siano criticabili tutte quelle posizione che vogliono "tenere il posto" con i denti. L'alternativa? Aspettare le promesse della ministra che piange?"
    Non ho nessuna "ritrosia", semplicemente osservo che NON FUNZIONA.
    Abbiamo una situazione al contorno dove il "lavoratore" non ha alcun potere contrattuale.
    A questo punto viene introdotto il dogma dei "diritti" il cui unico risultato è di accanirsi a tenere in vita il malato terminale da una parte sottraendo risorse alle nuove nascite.
    E' un meccanismo suicida per il Paese e che è funzione solo del legami clientelari.
    Siamo d'accordo che esiste anche l'altra faccia della medaglia e cioè l'incentivazione del precariato. Purtroppo gli interessi generali sono poco rappresentati, a vantaggio degli interessi particolari degli "amici".

    Ma se io fossi a capo di un sindacato direi: "ok, ci sto, ridiscutiamo la normativa riguardo i rapporti di lavoro ma prima discutiamo di come facilitare le produzioni e quindi le assunzioni".

    Cioè quello che non funziona è svincolare i "diritti" dal contesto. I "diritti" non hanno senso nel vuoto. Hanno bisogno di fondamenta.

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  25. Io ho anche la mia spiegazione per tutto questo. Che poi è sempre la solita.

    E' molto più facile avere una laurea che ti permetta di "pseudo-lavorare" nei "new media" che avere una laurea che ti permetta di progettare una sonda spaziale.

    E' molto più facile per chi governa dare un contentino a tutti rimandando i problemi a data da destinarsi. Anzi, è molto più facile ignorarli perché cosi non devi nemmeno capirli. Da cui è molto più facile avere una laurea che ti permetta di "pseudo-governare" mandando l'Italia in bancarotta piuttosto che avere una laurea che ti permetta di gestire l'economia.

    E via via.
    In sostanza è una questione di inadeguatezza. Gli Italiani sono inadeguati.
    Non che manchino in assoluto le competenze, ci sono ma ad un certo punto abbiamo preferito rassicurare i cretinetti piuttosto che premiare l'eccellenza.

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  26. Concordo su alcuni punti espressi da Lorenzo (in particolar modo sul TERZIARIO) e aggiungo al suo ragionamento alcune mie considerazioni. Oggi purtroppo il lavoro non è dato dall'affermazione di un diritto astratto e inesigibile, ma dalla capacità di essere competitivi, attrattivi di investimenti, innovativi nelle soluzioni, efficienti nell'organizzazione e quindi nell'evitare sprechi, assenteismi e disfunzioni. È questa l'unica garanzia certa di lavoro. Se non vi è questo, non serve a nulla scrivere sulla carta che il posto di lavoro «è certo e intangibile», come dimostrano i milioni di disoccupati in Italia, un'intera generazioni di giovani senza prospettive e futuro, la chiusura di aziende su aziende, la delocalizzazione. In realtà si afferma il diritto al posto, ma non c'è più il posto. E quindi nemmeno il diritto. Facciamo due esempi eclatanti. Guardiamo i lavoratori della Chrysler che sono stati i veri artefici del risanamento del colosso automobilistico, che ha portato dal fallimento ad una rinascita industriale e alla ripresa delle assunzioni. Gli operai della Chrysler non hanno risposto alla crisi mondiale dell'auto con scioperi e mobilitazioni di piazza, ma facendo squadra con il management dell'azienda uniti dallo stesso obiettivo comune, che ha portato al riscatto dell'azienda e alla riconquista dei mercati.... La «Mitbestimmung» tedesca ha condotto il sindacato ad un ruolo attivo e decisivo nell'azienda, condividendo gli obiettivi degli imprenditori di accrescere la produttività e migliorare l'efficienza della loro organizzazione e produzione. E i risultati si sono avuti: stipendi più alti e premi di produzione per gli operai, riconquista di mercati persi, aumento dell'occupazione, garanzia del lavoro per sé e per i propri figli. Qui tutto questo non è certamente affidato al reintegro del lavoratore licenziato (il 5% dei lavoratori licenziati chiede il reintegro, e il 3% dei ricorsi trova accoglienza in tribunale), ma all'aumento della competitività.Dobbiamo svegliarci anche noi altrimenti saremo quì a piangerci addosso ancora fra una decina d'anni. La scelta della Cgil, di questi giorni, dello scontro barricadero, ricorrendo all'arma spuntata dello sciopero invece di avanzare controproposte concrete e pragmatiche, di tipo europeo (aumento delle indennità compensative, obbligo di aggiornamento professionale, accompagnamento nella riconversione lavorativa, eccetera), di fatto riporta indietro le lancette del Paese di 40 anni. Ma soprattutto avrà come risultato quello di accrescere la tensione sociale in Italia, diminuire la produzione, accentuare la perdita di lavoro e, purtroppo anche di relegare all'angolo, in un ruolo di sterile antagonismo, il più grande sindacato italiano che ha alle spalle anche una lunga storia di sano pragmatismo e concretezza sui luoghi di lavoro, che hanno fatto crescere il Paese. Pensiamo solo a quanto accadde nel 1985, dopo la cocente sconfitta nel referendum sulla scala mobile, che portò la Cgil a mettere in soffitta le guerre ideologiche per puntare a soluzioni innovative nei contratti aziendali e nelle diverse realtà lavorative.Io sono convinto che in questa partita non è in gioco tanto la definizione dell'articolo 18, che è solo un mezzo e non un fine, ma la capacità del sindacato di essere all'altezza delle sfide dell'epoca storica che siamo chiamati a vivere. Se essere partner attivo e propositivo nella creazione del lavoro, o semplice antagonista «di classe» in nome di battaglie ideologiche sepolte alla storia. Un'intera generazione di giovani da questa scelta sarà per tutta la vita condizionata.

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  27. GiovanePlutonio30 marzo 2012 16:14

    Non so cosa pensare...mi viene da dire che era ora che questo sistema consumistico-lobbystico in un certo senso crolli. E quando c'è un crollo si salvi chi può!

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  28. Ciao Enio e buon pomeriggio. Prima di replicare a Lorenzo, per la verità molto difficile, vorrei ricordare alcune cose, perché continuo a leggere affermazioni che, seppur belle e piene di intenzioni, quando si fanno certi paragoni non trovano corrispondenza alcuna e, conseguente, decadono perché la realtà, quella nostra, è tutt'altra. Si scrive, così come suggerisce il "governo dei sobri" che dobbiamo imitare il modello tedesco e che la scelta della Cgil di ricorrere allo sciopero generale, invece di fare delle proposte, è sbagliata.

    Intanto, ricordo che i lavoratori tedeschi hanno il loro art. 18 uguale uguale al nostro, ed il loro governo non se l'è proprio sognato di abolirlo o modificarlo, per incentivare il lavoro dei giovani. Il nostro SI.

    Ricordo, inoltre, che il sindacato tedesco è stato coinvolto dal governo tedesco nella partecipazione attiva della gestione delle fabbriche, soprattutto automobilistiche, con ruoli nei Cda. Il nostro, NO. Questo, ha consentito di definire una serie di incentivi "seri", sulla base della produzione. Da noi NO.

    Ricordo, ancora, che il nostro problema non sono i salari alti ma la fiscalizzazione del lavoro che in Italia è astronomica e, conseguentemente, da noi i Paesi stranieri non investono non perché il lavoro costa tanto ma perché il fisco è "pesante". Anche quello sul lavoro. In Germania NO.

    In Germania, il Governo ha defiscalizzato la ricerca e l'innovazione e, infatti, investono e tirano fuori modelli nuovi di autovetture, molto più competitive delle nostre. Da noi NO. Abbiamo rispolverato la 500 e la 600!!

    Stessa cosa, dicasi per i lavoratori di Chrysler.

    Allora, se vogliamo fare come i tedeschi, facciamolo! Ma non inventiamoci favole!

    Chi dice che la Cgil non ha fatto proposte tipo aumento delle indennità compensative, obbligo di aggiornamento professionale, accompagnamento nella riconversione lavorativa? Le ha fatte e come! E' stato risposto che NON ci sono soldi! Lo ha affermato la ministra che piange.

    L'unica cosa certa è che questo "governo di professori" sta aumentando le tensioni sociali. L'altra cosa certa è che se vanno avanti così, saranno loro a volare fuori dalle finestre.

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  29. Ed ora, vorrei replicare a LORENZO.

    Sui "giovani"... ho il dubbio che tu non sia mai stato giovane. Comunque, è assodato che abbiamo visioni diverse sia sugli stessi, sia su quanto accaduto negli anni 70. Per giunta, mi ci infili anche le leggende metropolitane, tipo "bandiera rossa" cantata all'asilo! Troppo, per un discorso serio. Allarghiamolo, allora, all'ora di religione che, ai miei tempi, era obbligatoria e vediamo dove e quando il "manovratore occulto" condizionava i cervelli degli italiani.

    Sul "terziario avanzato" affermare che, lo stesso, consuma ricchezza invece di produrla, mi sembra eccessivo. Peraltro, prima mi fai l'esempio di un particolare tipo di banca che, secondo te, non produrrebbe ricchezza (o lavoro) e, poi, di uno specifico servizio di software per l'industria che, invece, produrrebbe ricchezza perché l'industria produce. Due ipotesi di impresa appartenente ad uno stesso settore economico E' chiaro che ogni fenomeno, anche produttivo, può avere aspetti meno rilevanti di altri, al fine della formazione della ricchezza. Ma da ciò ad affermare che il "terziario avanzato" consuma invece di produrre ricchezza.... ce ne passa!

    Sull'art. 18, credo di aver già risposto con il commento precedente in cui parlo del nostro modello economico e della Germania. E' un falso problema che sta sollevando il "governo". Come tale, va rifiutato e senza troppi giri di parole. Facciamo veramente come fanno in Germania, per esempio defiscalizzando il lavoro... e pure la Cgil sarà d'accordo!

    Buon fine settimana a tutti.

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  30. E' grave che i giovani non trovino lavoro ma è ancora più grave che quei pochi che trovano lavoro sono costretti a farlo praticamente senza alcuna retribuzione e nessuna certezza per il futuro.
    Buon week end.
    A presto.

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  31. Carlo, alla fine il problema è sempre lo stesso. Te sei abituato a ripetere degli schemi che ti vengono propinati.
    Quindi esistono i "giovani".
    Gli anni '70 sono stati fenomenali.
    Esiste il "terziario avanzato".
    Eccetera.
    Ma basta spostarsi un attimo dai "binari" per vedere che questi schemi sono fasulli.
    Il problema che hanno i "giovani" ad entrare nel mercato del lavoro non è diverso da quello che hanno i meno giovani che non appartengono a categorie privilegiate. Non è affatto più facile trovare lavoro a 30 o 40 anni rispetto a 20, quando per un motivo o un altro si viene espulsi. E il problema è solo uno per tutti, giovani e meno giovani, cioè il peso contrattuale nullo che ha il "lavoratore" in un contesto di de-industrializzazione.
    Gli anni '70 come erano nella periferia industriale di Milano io me li ricordo bene, altro che leggende metropolitane. E i "collettivi", le "assemblee", le "manifestazioni", eccetera. Il ciclostile, i volantini, i pestaggi e ogni tanto il morto. E l'indottrinamento capillare, dall'asilo alla università, tanto che tutto doveva avere una giustificazione "politica".
    Il "terziario avanzato" è semplicemente una massa di fuffa. Non so come dirtelo. Se te produci gli IPad in Cina e li vendi in Italia chi produce ricchezza sono i Cinesi. Non a caso poi il Corriere riporta (come se fosse un elemento di speranza) le parole del Primo Ministro cinese che invita ad investire in Italia. Poi in Italia le Telco cercano gente per mettere in piedi fantomatici "servizi a valore aggiunto" come i video sugli smartphone. Che altro non è che la trasposizione del modello di business della TV.
    E lo ripeto, il "terziario avanzato" dovrebbe essere il mio lavoro e quindi ne parlo dal didentro. E per questo dico senza tema di smentita che è un contenitore VUOTO, parole che non significano nulla. Maremoti di fuffa come la storia della "banda larga" che è indispensabile per l'economia, eccetera.

    Sull'Articolo 18 ti sei perso il passaggio fondamentale. La situazione in cui siamo oggi non è quella per cui dobbiamo proteggere i lavoratori dai soprusi ma quella per cui bisogna trovare un lavoro qualsiasi alla gente.
    Te lo ripeto, i "diritti" vengono solo DOPO che si verificano le condizioni per cui questi diritti hanno senso.
    Se uno è disoccupato non sa che farsene dell'Articolo 18.

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  32. Ciao Enio e buona serata. Voglio evitare ripetizioni di concetti già espressi, per condividere la lucida analisi fatta da Teatino-Doc sull'italietta ed il popolo bue, sulla classe borghese cialtrona e clericale che da sempre appesta la nostra società e sulla miseria materiale di un popolo, a lungo senza diritti.

    Gli anni 70, sono stati quelli che hanno sconvolto le certezze, le ipocrisie, i conformismi che hanno caratterizzato la vita degli italiani nei 30 anni precedenti. C'è una classe operaia in fermento che, per esempio, conquista quello "Statuto dei lavoratori" all'epoca avveniristico, mette in ginocchio il padronato, rivendica salari più alti e di lavorare meno.

    A tutto questo, reagisce con fastidio la classe borghese mentre la politica, come sempre, non è capace di dominare i nuovi fermenti ne di governare la società, se non reprimendola. Non ci scordiamo che i movimenti operai dell'epoca, erano oggetto di furiose repressioni.

    Tutto questo fermento e questa voglia di "cambiare", affascina i giovani. Si, quelli che Lorenzo ama definire "coglioni". Col senno di poi, è ovvio constatare che la lotta armata fu un tragico errore, soprattutto perché danneggiò e lacerò il nascente movimento operaio, la sinistra italiana e la forza del sindacato.

    Ma guardiamo al dopo. E' cambiata qualcosa in quest'italietta? No, e Teatino-Doc ne descrive i tratti salienti, fino ai giorni nostri, al governo dei sobri!

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  33. Corriere.it:
    "Fincantieri è la grande industria di Stato famosa nel mondo per la costruzione delle grandi navi da crociera, che occupano infatti il 70% della sua produzione (per il resto si parla soprattutto di navi militari e di qualche megayacht). Ha 8 cantieri sparsi tra nord e sud Italia, che andrebbero ristrutturati, ma bisogna fare i conti con la crisi e con le commesse che diminuiscono. Così su 8.600 dipendenti 3.460 sono a rischio cassa integrazione e mobilità."

    Epperò abbiamo 2 cellulari a testa e il "cubovision".

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