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29 settembre 2016

CHIETI - BALZOLO DI PENNAPIEDIMONTE - LA CROCETTA


Dalla località Balzolo di Pennapiedimonte CH, (710 m), Parco Nazionale della Maiella, si segue il sentiero del Parco G1. La prima parte del sentiero per raggiungere il rifugio Pischioli (1135 m) è ripido e scivoloso, poi è molto piacevole. Alla fontana del rifugio c’è l’acqua… miracolo? NO! Un residente di Pennapiedimonte, D.C.A, animato da altruismo ed amante rispettoso della montagna, a spese sue, ha acquistato tubo, fascette, chiodi ed altro e con volontà ha riparato il tubo, danneggiato da una persona meschina. Proseguendo si arriva “all’àrë dë li prìtë (1206 m), (ara dei preti) “, così chiamata perché i monaci benedettini che alloggiavano nel X secolo all'abbazia di Santa Maria, lungo il corso del torrente Avella, ci coltivavano il grano, che poi portavano alla grotta Fratanallo, una piccola dipendenza del monastero, utilizzata sia come zona eremitica e sia per il ricovero delle greggi per il pascolo. Decido di passare per il Cantone Minco…di Domenico”, uno spuntone a (1318 m). Il sentiero non è segnato, ma pur se abbastanza chiuso, è evidente. Dal cantone Minco si osserva un ampio panorama a perdita d’occhio: Le Murelle con 


l’anfiteatro – Le Macirenelle – la valle dell’inferno – le gobbe di selva romana il rifugio Pomilio, il Focalone, il lago di Casoli, il mare, oltre a decine di paesi. Ora il sentiero non segnato, ma molto bello, arriva alla Rapina, dove alla prima NETTA(Pianetta) c’è una fontana con acqua non potabile, va bene per dissetare la fauna selvatica. Poco distante, alla seconda NETTA, c’è un’altra fontana con acqua potabile ed un’area da pic nic…, per persone allenate. Alla fine della Rapina c’è la terza NETTA, una bella piana da dove inizia un sentiero ombroso che attraversa una fitta faggeta. In poco tempo si raggiunge la località CROCETTA (1489 m) così chiamata perché è una intersezione di più sentieri. Anche qui la fontana è stata riparata dallo stesso  D.C.A. L’acqua è freschissima, leggera, ed alimenta le altre fonti a valle che ho descritto. Per il panino ho preferito salire su un facile costone panoramico dove c’è una piccolissima cengia rocciosa che si affaccia su un profondo dirupo Mi sono seduto su una roccia, con i piedi ciondoloni verso il basso, mi sono immerso nel silenzio, interrotto ogni tanto dal cinguettio degli uccelli, ma il riposo è stato utile. La giornata soleggiata, fresca, non afosa, ventilata, mi ha procurato difficoltà ad abbandonare questo posto, per tornare al Balzolo.

 Luciano Pellegrini  agnpell@libero.it
.Le foto sul link: FOTO
https://plus.google.com/u/0/collection/wb6AME

Tempo di percorrenza A/R: 5 ore senza soste
Difficoltà: E/EE
Lunghezza: A/R 9.5 km
Dislivello: in salita 780 m

05 gennaio 2016

Chieti - Una lezione in montagna


Le previsioni meteo per domenica tre gennaio, sconsigliavano la montagna. Però, quattro giovani geologi, hanno insistito a fare la ciaspolata già organizzata. Da Mamma Rosa, 1620 metri s.l.m. sui prati della Majelletta, siamo partiti per raggiungere la Madonnina del Block House 2040 metri s.l.m. Però, al rifugio Pomilio 1890 metri s.l.m. abbiamo rinunciato. Il vento fortissimo da ovest, con raffiche oltre gli 80 chilometri orari, nebbia fittissima, nevischio gelato che a contatto con la pelle del viso procurava dolore, hanno consigliato di tornare a valle. Non è stato semplice convincere i giovani che in genere sono spavaldi. Ho improvvisato una lezione su come ci si comporta in montagna ed hanno accettato il consiglio. La montagna deve essere rispettata, bisogna temerla. Non è così per molte persone frustrate che la sfidano e tornati a casa vincitori, raccontano le stupidaggini che hanno fatto. Il duello, a queste persone, serve per affrontare la settimana carichi, motivati, esaltati. Per queste persone, il loro comportamento, è una giustificazione per sfogarsi. Attenzione, la montagna si può vendicare in qualsiasi istante.


Scritto da : Luciano Pellegrini

11 agosto 2015

Chieti - Balzolo Rifugio Pischioli Crocetta Fonte acqua dei buoi


Una escursione che da facile anche se impegnativa si è trasformata in un sofferenza. Il sentiero inizia dal Balzolo di Pennapiedimonte CH, 800 m e l’intenzione era il rifugio Pomilio 1892 m. Il sentiero è il numero 3 della cartina del CAI, o G1. Purtroppo la giornata di sabato 8 agosto non permetteva questa lunga escursione per il caldo e l’afa, però confidando nell’acqua, che ero certo di trovare, mi incammino. La sorpresa al rifugio Pischioli (1135 m). Non c’è l’acqua perché un cretino ha tagliato il tubo e non contento, ha distrutto l’ugello cementato alla colonnina. Pazienza… seguito per l'àrë dë li prìtë (1200 m) e la Rapina, dove c’è un’altra fonte, ma… anch’essa asciutta. Incomincia a farsi serio il problema. L’acqua ce l’ho perché la porto sempre con me, più un termos con il tè freddo, ma l’acqua fresca in certe giornate è obbligatorio. Non mi arrendo perché alla sella della Crocetta (1475 m) sono sicuro che l’acqua c’è. No… neanche una goccia. Però per una mia cocciutaggine scelgo il sentiero che va al Campanaro perché a metà strada c’è la Fonte acqua dei buoi (1482 m), che raggiungo in un quarto d’ora. Tanta acqua freddissima ed abbondante. Mi disseto, mi riposo, mi rifocillo con la pizza e mortadella del forno di Marianna a Pretoro. Tante farfalle mi intrattengono 


nel silenzio più assoluto. La “ fabriciana adippe” di un bellissimo colore marrone con segmenti riempiti di palline ed altre figure. Si posano sui fiori dei cardi e succhiano il nettare. Bello, interessante vedere la lotta “alare” che fanno fra di loro per accaparrarsi il fiore, ma è una lotta senza feriti.  Anche le farfalle  “erebia ligea”, ne ho viste tante. Quindi dissetato e rifocillato, sono tornato indietro, ma il caldo si è fatto più rovente.


Non consiglio questa escursione in questo periodo, è un rimprovero verso me stesso, specialmente se non si trova l’acqua. Speriamo che la fonte al Pischioli possa essere riparata al più presto e che anche le altre fontane possano erogare questo liquido.

Tempo di percorrenza: 5 ore
    Difficoltà: EE - Per escursionisti esperti
    Lunghezza: 10 km
    Dislivello: in salita 750 m

Scritto da:Luciano Pellegrini
 

05 aprile 2015

Chieti - Il piccolo Tibet d'Abruzzo con gli sci da fondo escursionismo


Campo Imperatore, il piccolo Tibet d'Abruzzo. E’ un altopiano situato a circa 1800 m . circondato dalla catena del Gran Sasso con la vetta più alta degli Appennini, la vetta occidentale del Corno Grande, 2914 m . L’alpinista Fosco Maraini paragonò l’Altopiano, anche se in piccola scala, alla valle di Phari Dzong in Tibet, a 4200 m . d'altezza, uno dei luoghi più gelidi e desolati del mondo, sulla via di collegamento tra l’India e Lhasa, la principale città del Tibet. Abbiamo scelto di sciare, con gli sci da fondo escursionismo, dai Prati della Cretarola al lago Racollo. Poi la fiumara che arriva alla via dei laghetti del monte Prena, 2561m.


Il lago Racollo lo abbiamo raggiunto iniziando a sciare dai Prati di Cretarola, Piano dell’Ospedale, Canyon della Valianara, Grotta della Valianara. La piccola grotta della Valianara ora è incantevole con le enormi stalattiti di ghiaccio. Poi la fiumara, superando alcuni stazzi innevati.
 
Lunghezza: 24 km a/r
Dislivello: 250 m
Tempo: 6,00 h

Scritto da : Luciano Pellegrini
Le foto sono al link: Il piccolo Tibet

29 ottobre 2014

Chieti - IL FASCINO DEI COLORI NEI BOSCHI AUTUNNALI


 Le giornate si accorciano quotidianamente. E’ metà ottobre, aspettando la neve, decido con due amici un’escursione bella, panoramica, in mezzo ai boschi, con un dislivello di 600 m . Si parte da Fonte Tettone, località Majelletta, 1654 m e percorrendo un bellissimo sentiero a mezza costa, si raggiunge lo Stazzo di Caramanico, 1747m, con il rifugio CAI Marcello Di Marco, per arrivare all’Eremo/Grotta di San Giovanni,1.227 m. Dallo Stazzo di Caramanico  inizia una carrareccia che raggiunge Decontra, una frazione di Caramanico Terme PE, distante 9 chilometri. Camminare sulla carrareccia che attraversa una fitta e lunga faggeta è piacevole. Il fruscio ritmico delle foglie secche sotto le scarpe regala una rilassante emozione. Ogni tanto, un mucchio di foglie, accumulate dal vento, è come se ostacolasse il cammino, ma la gamba si fa spazio e rimuove queste foglie che cambiano posizione. L’ampio panorama ti obbliga a fermarti e osservare a sud/ovest, la valle dell’Orfento,con il visibile sentiero della Rava dell’Avellana che arriva al Ponte della Pietra, a nord il vallone di Santo Spirito con l’eremo e ad est il mare. Il Blockhaus, con i suoi 2142 m , ci protegge e si gode dall’alto questo panorama! Lo sguardo non può tralasciare lo scenario delle foglie dei faggi che assumono vari colori, con diverse tonalità.Un esploso meraviglioso di colori cromatici INDIMENTICABILI, che vanno dal marrone bruciato, al giallo, al verde, al ruggine, in conseguenza dell’altezza. A quota 1530 m c’è l’indicazione per l’eremo/grotta di san Giovanni. Mi torna in mente che ho percorso questo sentiero tanti anni fa. In genere è più frequentato il sentiero più a valle.  


 L’inizio del sentiero è ben segnato, si cammina bene, ma all’improvviso… si presenta una scalinata ripida realizzata sulla roccia. Provo a scendere un paio di gradini e osservo che ci sono buone maniglie dove aggrapparsi, ma temo che gli amici avranno difficoltà. Cerco di convincerli, ma prendono una sensata decisione, quella di rinunciare. Sono convinto che questo sentiero non sia alla portata di tutti, specialmente se affrontato con scarpette non idonee e se piove è pericolosissimo. Avrei dovuto essere io a consigliare a tornare indietro. Ho fatto subito questa riflessione, il CAI, (Club Alpino Italiano) è obbligato a prevenire eventuali guai e deve mettere un avviso sulla palina, all’inizio del sentiero, che ci sono difficoltà sul percorso ed è consigliabile l’altro sentiero a pochi minuti, all’altezza della catena. Molte persone vogliono visitare l’eremo che ha molta storia e ascetismo e la facilità del percorso di avvicinamento, rende marginale la sicurezza della scarpa e una preparazione alla roccia. Ritornati sulla carrareccia, arrivati alla catena, c’è un’altra palina che indica il sentiero per l’eremo, che si percorre senza problemi, anche se c’è un passaggio aereo attorno ad uno spigolo esposto sulla valle dell’Orfento. L’Eremo/Grotta di San Giovanni è ricavato su una rientranza della parete a circa 10 metri da terra. Il silenzio, la misticità del luogo, stimolano la contemplazione e mi fanno riflettere su Pietro da Morrone, papa Celestino V, che rinunciò al papato dopo 5 mesi di pontificato, il 13 dicembre del 1294. Questo uomo, all’età di 26 anni, scelse la vita di eremita e iniziò a scoprire grotte dove rifugiarsi e pregare. La mia curiosità è capire come ha fatto a individuare queste grotte, eremi, qualcuno trasformato in monastero, nascosti nelle valli della Maiella e del Morrone. Nella Valle di Santo Spirito e dell’Orfento, abbastanza vicini in linea d’aria, esistono tre eremi dove Pietro da Morrone dimorò o ristrutturò:


Nel 1246 all’Eremo di Santo Spirito – Poi ristrutturò l’eremo di sant’Onofrio all’Orfento e dal 1284 al 1293 visse per quasi 9 anni, insieme a pochi discepoli, all’Eremo/Grotta di San Giovanni. In questo eremo/grotta è pericoloso entrarci, ragion per cui Pietro da Morrone vi adattò delle assi di legno per salire e scendere senza pericolo. Oggi non esiste più la passerella e per entrare alla grotta occorre fare molta attenzione. Saliti gli scalini, bisogna sdraiarsi a terra ed avanzare strisciando sulla pancia, facendosi forza con le mani. Ci si rende conto che il corpo non appoggia tutto sullo stretto passaggio esposto. Uscire è più difficoltoso. All’interno della grotta c’è un altare, alcune celle, dei ripostigli a muro e un ingegnoso collegamento di canaletti per recuperare l’acqua piovana. Vorremmo sostare ancora in questo posto, ma la via del ritorno è lunga. Per il panino scegliamo di fermarci a Fonte Centiata dove scorre un’acqua di sorgente che è la migliore della Maiella. Ci si affaccia sul vallone di Santo Spirito e di fronte, su un’alta parete rocciosa, si distingue l’Eremo di Santo Spirito. Ad occhio non si percepisce come si può raggiungere, ma ci si arriva con la macchina. Si riprende il sentiero per Fonte Tettone. Il sole scende, i colori sono caldi, le figure si allungano, troviamo su un prato un paio di funghi, mazze di tamburo ed un prataiolo, sono enormi ma, non li raccogliamo, rispettando il divieto che è valido nel parco. Quasi alla fine del sentiero, una visione che mi rallegra, perché erano anni che non vedevo un gregge di pecore. Tante pecore e capre controllate dai cani pastori abruzzesi. Non vedo il pastore che all’improvviso appare con... "due cose" che non distinguo, penzoloni dalle mani. Lo aspetto, gli chiedo il nome, Nikolai, è della Macedonia, ha trent’anni e poggia a terra due agnellini nati da un’ora. Si reggono a mala pena in piedi, arriva subito la madre ancora con la placenta attaccata e cerca di proteggerli. Il mondo animale è fantastico, impensabile fa riflettere. Chiedo a Nikolai come si svolge la sua giornata… “Mi alzo presto ed alle cinque inizio la mungitura di un centinaio di capre. Il gregge è formato da mille pecore e capre e dieci cani. Il latte munto viene prelevato dal proprietario che lo porta a valle. Lo stazzo sta dietro l’Albergo Mammarosa, a Fonte Tettone. Al tramonto torno e mi organizzo per la notte, dopo aver fatto da mangiare ai dieci cani. Fra alcuni giorni scendo al paese, Serramonacesca PE”. Immediatamente ricordo la poesia di Gabriele D’Annunzio, “I Pastori”. … Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare. Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare… Tutto questo mentre ammiro il tramonto ed il mare.
Scritto da : Luciano Pellegrini
Le foto sul link :Escursione

03 settembre 2014

Chieti - VADO DI FOCINA RIFUGIO RICOTTA MONTE META


Domenica 31 Agosto, causa le previsioni meteo che prevedevano cattivo tempo e temporali, ho deciso di uscire ugualmente, ma scegliendo un percorso senza pericoli, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. L'escursione inizia da Vado di Focina (1383 mt), proseguendo per il Malepasso (1515 mt) e per Monte Meta (1784 m). Il territorio interessato è compreso fra le province di Pescara e L'Aquila. Il Voltigno, con l'immensa piana, ha vari inghiottitoi di formazione carsica. Importante la fauna, i panorami e la flora che è molto rigogliosa. Mi ha stupito vedere il croco selvatico, con il colore dei petali viola, noto anche con il nome di zafferano maggiore o falso zafferano, per la somiglianza con il Crocus Sativus, dai cui filamenti vermigli, si ricava la nota spezia giallastra. Uno dei significati attribuiti al croco è quello della passione e dell'amore sensuale ma, questo fiore, svetta ed abbellisce il manto nevoso quando è sicuro che ormai non nevicherà più. Invece, ha un'altra fioritura, a fine estate. o ha percepito che in questi giorni nevicherà? Poi, una rarità, il mirtillo rosso.


Parcheggiata la vettura al Vado di Focina, il sentiero inizia immediatamente sulla destra, visibile, il primo tratto abbastanza ripido ma è breve. Il percorso è un continuo saliscendi in una bellissima e curata faggeta, purtroppo parzialmente segnato. Si giunge così ad un terrazzo, (1515m), il Malepasso, dove bisogna fermarsi e fotografare una delle più belle viste del Gran Sasso. Si vede il Monte Bolza, caratteristico con la sua cima a forma di cappello di alpino e un po' più lontano..., il Cefalone, il Gran Sasso con le tre vette(orientale - centrale - occidentale), quindi Vado di Corno dove inizia il sentiero del centenario con il Brancastello - le Torri di Casanova - l'Infornace - il Monte Prena - Vado di Ferrucio e dirimpetto al terrazzo, quasi da poterlo toccare, il Camicia. Sono vette che vanno dai 2500 ai 2900 metri. Poi, la piana di Campo Imperatore, il piccolo Tibet d'Abruzzo. La vista spazia all'infinito e dopo aver scattate tante foto, si prosegue il cammino verso il Rifugio Ricotta, (1517 m),che si affaccia sulla piana di Campo Imperatore.


Tornando indietro, ad un bivio a 1515m, si prende una carrareccia visibile a destra, che porta alla Vallestrina, dominata e protetta dal roccioso Monte Meta (1784m). Purtroppo, non c'è sentiero per raggiungere la vetta e la salita è ripida, rocciosa e faticosa. L'erba è molto alta ed i ginepri non ti fanno calpestare il terreno. Per agevolare questa situazione, è più facile superare qualche breve passaggio di 1 grado, su roccia stabile. Insomma si arriva alla sella (1700m). Ora c'è da fare l'ultimo ripido tratto, ma i tuoni mi hanno fatto riflettere. Sono solo e sicuramente la discesa alla piana del Voltigno non sarà semplice, specialmente se non segnata. Infatti, bisogna addentrarsi in un fitto bosco e si procede per intuizione. Non si intravvedono tracce, no ometti, né bandierine ma, all'improvviso., su un tronco di un faggio. vedo un nastro di  plastica che sventola.Con attenzione, su questa infida discesa, si vedono altri nastri che fanno raggiungere una radura. Da qui non ci sono più segnali. Lo sconosciuto che con tanto altruismo ha segnato il sentiero, avrà terminato il nastro?


Si seguita a scendere, camminando un po' a destra e un po' a sinistra ma la piana, ormai, si intravvede in mezzo ai rami. Si arriva ad un faggio dove c'è una freccia e una scritta . MTB.Giusto riposo dopo 4 ore di cammino ed inizia la pioggia. Sensazione unica, il rumore "schioppettante" sulle foglie e rami secchi, il profumo del terreno bagnato, un silenzio, una pace, quasi vien voglia di dormire. Però, c'è ancora un'ora di cammino per arrivare alla vettura. Si raggiunge il Lago Sfondo, dove si dissetano le vacche e le poche pecore, perché c'è sempre l'acqua, al contrario dei tanti inghiottitoi e laghetti carsici asciutti. La tradizione paesana fantastica che questo lago non abbia fondo. da ciò il suo nome. Proseguo su una carrareccia e ormai si vede l'uscita.Non è semplice raggiungere il Monte Meta, né da NORD, piana del Voltigno, per la fitta faggeta , né da SUD, da Campo Imperatore, perché ripido e roccioso. Anche se non segnato, dal Malepasso, OVEST, invece di scendere verso il Rifugio Ricotta, conviene guadagnare la cresta che si vede ad occhio, senza difficoltà. Poi, percorrendola tutta, è molto panoramica, con lo sguardo ai due versanti,sulla Vallestrina e sulla Piana del Voltigno,si arriva alla sella e quindi la vetta. Il ritorno per lo stesso itinerario.

Difficoltà: EE con brevi passaggi di 1 grado
Dislivello +/- 600 mt
Durata complessiva 6 ore
Segnavia: parzialmente segnato (bianco-rosso)

Scritto da: Luciano Pellegrini
Le foto sono al Link: MonteMeta


17 maggio 2014

Chieti - IL GARGANO LO SPERONE D’ITALIA -SECONDA PARTE


Mentre sto scrivendo, un’agenzia di stampa comunica che…, Domenica 11 maggio “La gazzetta del mezzogiorno”, Messi in salvo a Vieste  dieci trabucchi storici di GIANNI SOLLITTO …, Dopo la consegna ufficiale al sindaco di Vieste, da parte della capitaneria di porto di Manfredonia, del titolo di legittimità dei dieci trabucchi storici disseminati lungo la costa viestana (Santa Croce, San Francesco, Ripa Chianchitto, San Lorenzo, Punta Lunga, Torre Porticello, Chianca, Punta della Testa, Porticello, Molinella),la giunta municipale, con propria deliberazione, ha deciso di coinvolgere direttamente nella gestione e manutenzione delle strutture le due associazioni costituitesi negli anni scorsi, vale a dire “ La Rinascita dei Trabucchi Storici” e “Il Trabucco garganico”. Questa notizia soddisfa la mia riflessione. Ora bisogna solo collaborare e lavorare! Altro elemento fondamentale che fa parte del paesaggio garganico, sono la presenza di numerose Torri di avvistamento, costruite al fine di difendere il territorio dalle invasioni turche. Le torri erano localizzate ad una determinata distanza l’una dall’altra in modo da consentire l’avvistamento di nemici e poter subito dare l’allarme attraverso segnali visivi, fuochi, rumori con campane, altro.



Queste torri hanno per lo più piccole dimensioni e sono formate da un unico ambiente sopraelevato rispetto al terreno per motivi di difesa. L’ingresso è sul lato monti. Le torri sono prive di decorazioni ed  hanno un’altezza intorno ai dodici  metri. Le torri hanno più o meno tutte la stessa forma quadrangolare, a piramide tronca, e le loro pareti sono leggermente inclinate. L’ingresso avveniva tramite scale in legno che all’occorrenza venivano ritirate, per non consentire l’accesso. Alcune di queste torri sono ancora oggi ben conservate, altre invece, adattate agli agenti atmosferici, si sono parzialmente danneggiate.I trabucchi che ho visitato, che ho documentato con enorme difficoltà, in assenza di un qualsiasi pezzo di carta che indicasse il nome, sono: il trabucco Tufara o di Torre Porticello - il trabucco di Molinella la cui la costa assomiglia alla cresta di un gallo, molto frastagliata, forse la più bella - il Trabucco di Punta Lunga - il Trabucco S. Lorenzo (Sulla punta di San Lorenzo è sita l’omonima Chiesa rupestre del X - XII sec.) - il Trabucco di San Francesco, sull’omonima punta, che è il più antico Trabucco, a Vieste. Arrivato a Vieste dopo quattro ore,ho approfittato per visitare la città alta. Vieste basa la sua economia sull'industria turistica, possiede, infatti, un gran numero di strutture ricettive. Una parte importante la svolgono l'artigianato e tutte le attività marinare. Il centro storico di Vieste è estremamente suggestivo per le sue stradine strette e sinuose, talvolta congiunte da archi ed è reso caratteristico dalle sue case bianche e le scalinate. Luoghi di interesse sono il Castello, che venne fatto costruire da Federico II di Svevia e che domina Vieste dall’alto, residenza della marina militare e quindi…non si può visitare. La cattedrale è dedicata alla Madonna dell’Assunta, conclamata nel 1981, da Giovanni Paolo II, a "Basilica Minore". E’ costruita in una delle zone più alte di Vieste. La chiesa in stile romanico pugliese si riconosce in perfetta armonia con il campanile, non particolarmente slanciato, ma sapientemente progettato in stile barocco. L’interno della Basilica a tre navate, reca tracce di continui adattamenti sovrapposti nel corso dei secoli. Della struttura originaria medievale rimane pochissimo. Il 31 maggio 1646 ci fu un terremoto paragonato al decimo grado della scala Mercalli. Crollarono tutte le case tra il Castello e la Cattedrale.Anche il campanile, la facciata centrale


La Festa in onore di S. Maria di Merino, la protettrice di Vieste, è uno degli eventi più importanti della città di Vieste. Che si festeggia il nove maggio.Durante la Festa , la statua viene portata in processione sulle spalle, dalla Cattedrale di Vieste fino al Santuario di Santa Maria di Merino, la distanza è circa dieci chilometri. Da notare che il trono sul quale la Madonna viene trasportata, è predisposto in modo che la statua, durante la processione, rivolge lo sguardo verso i due lati della strada, all’andata il mare, ed al ritorno i campi. Il Mare e la Terra , infatti, sono le principali risorse degli abitanti di Vieste, che la Madonna benedirà e proteggerà con il suo sguardo.Bellissima ed intensa giornata conclusa con un’ottima cena a base di pesce. Il 3 maggio, ancora previsioni pessime, tanta pioggia, però non mi sono fermato e sono partito da Vieste, direzione Peschici. Il nome Peschici, anch’essa città turistica, è probabilmente di origine slava, indica un suolo sabbioso. Ho preferito non passeggiare per la città perché per tornare a Chieti, in itinere, avevo programmato altre opportunità da conoscere, per cui sono andato sul piccolo promontorio roccioso di Punta S. Nicola per visitare i due trabucchi dominanti la spiaggia, San Nicola e Manaccora, distanti circa seicento metri. Il trabucco San Nicola con i suoi pali rivolti verso il mare è uno dei pochi ancora in attività, adiacente ad un ristorante . Punta S. Nicola è anche un ottimo punto panoramico che consente di osservare il versante orientale dell’abitato di Peschici, le sottostanti baie e la vicina Punta di Manaccora, famosa per i suoi ritrovamenti archeologici, le falesie e le grotte marine che si affacciano sulla spiaggia. E’ stato interessante raggiungere il trabucco Manaccora procedendo su un facile traverso su placca. Il tempo trascorre veloce, devo tornare in macchina e proseguire verso Vico del Gargano dove esiste un leccio monumentale davanti la chiesa dei cappuccini. L'altezza è di 17 metri e la circonferenza del tronco è di circa 5 metri . A trapiantarlo nella sua attuale posizione fu fra Nicola intorno all’anno1700. Quindi più di 300 anni, ma non c’è documentazione storica. Nel 1934, durante una tempesta, un grosso ramo cadde, lasciando un vuoto visibile ancora oggi. Da un terrazzo si ammira anche un bel panorama su Rodi, Peschici, la costiera del Gargano. Soddisfatto di questa veloce visita, l’altra tappa è a San Nicandro Garganico dove esiste la Dolina carsica "Pozzatina”. Dolina significa valle…, sono buche raggruppate in luoghi precisi delle montagne e colline. Ci sono varie forme di dolina, la Pozzatina ha una forma circolare che somiglia ad una bacinella, ad una conca chiusa. Il termine carsismo indica l'attività chimica esercitata dall'acqua, soprattutto su rocce calcaree, sia di dissoluzione sia di precipitazione. Pozzatina è la seconda dolina più grande d’Europa e rappresenta uno dei fenomeni carsici più importanti d'Europa. Lunga oltre 650 metri , larga 400 metri e profonda intorno ai 100 metri . Il terreno della parte inferiore, di forma pseudo-circolare, è molto fertile ed è coltivato ad avena. Le pareti sono intensamente verdi e ricoperte da una fitta vegetazione di lecci e querce. Una stretta mulattiera, permette di scendere fino in fondo all'anfiteatro naturale. Impossibile percorrerla perché resa molto scivolosa per la pioggia intensa. Mi ha colpito la bellezza di un fiore che faceva capolino fra l’erba alta e bagnata, stava lì per farsi notare,…, alto una ventina di centimetri, di un abbagliante colore viola trasparente, ramificato, alla cui sommità c’era un fiocco. Il suo nome è Lampascione, chiamato anche cipollaccio col fiocco o giacinto dal pennacchio.


In diverse interviste televisive, Renzo Abore ha sentenziato che…,“non sei di Foggia, se non conosci il lampascione”. I lampascioni vengono utilizzati in cucina come insalata, in aggiunta negli arrosti con le patate, per realizzare gustose frittate, conservati sott’olio, sott’aceto, bagnomaria. Ha anche proprietà diuretiche, lassative e disinfettanti intestinali. Non ho potuto coglierli per la pioggia a catinelle e per il terreno inzuppato. Peccato! Ora, l’ultima destinazione è il ritorno a casa,Chieti, ma ancora rapidi sguardi al lago di Varano e al paludoso lago di Lesina, con un colore limaccioso e un forte puzzo di fogna. Peccato per la foresta umbra che non ho potuto visitare, sarà per una prossima volta. L’itinerario che avevo scelto era di partire da Monte Sacro e percorrere l’incantevole “sentiero delle Orchidee”, sono fiori dalle forme e colori meravigliosi. Questo promontorio, il Gargano, è una località da tenere in evidenza. Il turista non si annoia, perché offre molti interessi per le coste,il mare,le colline, la flora, la fauna, la storia e la gastronomia.

Scritto da Luciano Pellegrini
Le foto le trovate sul link: Gargano

16 maggio 2014

Chieti - IL GARGANO LO SPERONE D’ITALIA - PRIMA PARTE

 Monte Rorondo

Insieme a due amici ho deciso di trascorrere qualche giorno al Gargano per visitare i trabucchi e la foresta umbra. Ero al corrente che purtroppo le giornate sarebbero state piovose, ma non avevo altra scelta per la data. Sono partito il primo maggio da Chieti e la visita al Santuario di San Pio a San Giovanni Rotondo FG progettata dal noto architetto Renzo Piano e consacrata il primo luglio 2004, dopo circa dieci anni di lavori, era d’obbligo. Nel vedere questo santuario che non ha niente che possa farlo somigliare ad una chiesa, sono rimasto senza parole, amareggiato, deluso. Certamente l’architettura moderna può non piacere, ma utilizzarla per una chiesa, un luogo di culto, non può essere accettata. Il credente vuole trovare un luogo dove poter pregare, ma senza sfarzosità, che padre Pio ha sempre rifiutato. Vedere questo capannone verde semicurvo, mi è sembrato più una rimessa di aerei, un garage, un circo, con porte senza significato, in metallo. Sarò tradizionalista, ma la chiesa si riconosce dal campanile con l’orologio, la croce, le campane e dal corpo centrale secondo i vari stili, modelli, un’estetica collaudata, con un grande portone e l’interno con navate, cappelle, altari. Tutto questo manca. Il campanile è orizzontale ed è costituito da otto campane. Sulla chiesa non c’è la croce, ma c’è una grande croce posta sul sagrato, se così si può chiamare. L’altare, i confessionali, le cappelle, tutto in stile moderno e la “cappella eucaristica” dove i fedeli si inginocchiano per pregare ed adorare il santissimo sacramento, è un piccolo locale dove possono trovare posto nei banchi,poche persone. E i servizi igienici…? Quattro per le donne ed otto per gli uomini, perché ci sono anche quattro orinatoi a muro. I tempi di attesa? Lunghissimi, ma è stato previsto una sala di attesa con sedie, quindi pazientemente bisogna aspettare nella speranza che non sia urgente.


 San  Pio

 Questa pseudo chiesa non concilia la preghiera. In fila, arrivo all’urna per vedere il santo, Padre Pio. Sarà stata una suggestione, mi è sembrato che si muoveva, si rivoltava nella bara, sono certo che non ha accettato questa nuova collocazione. Io riporterei Padre Pio alla vecchia chiesa, dove c’è pace, silenzio, concentrazione. Molte persone con le quali ho parlato, sia in loco che durante il mio viaggio, sono d’accordo con le mie critiche, sin dall’inizio della costruzione della Chiesa. Molti sono stati i commenti negativi, specialmente per l'ingente impegno economico, contrastanti con le regole della povertà francescana. Sono uscito da questa pseudo chiesa…“sfastidiato” e mi sono diretto verso Monte Sant’angelo. Monte Sant’angelo FG è importante per il santuario di San Michele Arcangelo, (patrimonio UNESCO) e la grotta dell'apparizione, dove si trova un altare e una statua raffigurante l'arcangelo. Causa pioggia, non ho visitato le tante opportunità culturali che la città offre ed ho proseguito il viaggio per Vieste. Il territorio che ho attraversato è compreso nel Parco Nazionale del Gargano dove è situata parte della Foresta Umbra, area naturale protetta. Il suo nome ha origine dal fatto che la foresta è ombrosa…, cupa, “Umbra”. Il Gargano era un'isola ricoperta completamente da foreste che si congiunse con la terraferma, formando il famoso "sperone d'Italia". È il promontorio più grande di tutta la penisola italiana. Sono arrivato a Vieste, che vuole dire "fuoco” ed è associato alla dea del focolare Vesta,nelle prime ore pomeridiane ed ho alloggiato presso l’albergo Bikini, che si trova nell’immediata vicinanza della spiaggia del Pizzomunno. Il personale dell’albergo mi ha offerto un lodevole confort, pulizia e meravigliosa accoglienza ad un prezzo molto onesto. Lo chef ha preparato piatti a base di pesce con una cucina molto leggera. E’ riuscito a valorizzare i pesci che costano poco con una preparazione che ha esaltato il piatto. Sistemati i bagagli, ho approfittato che era ancora giorno, per fare una passeggiata sulla spiaggia di Pizzomunno.

 Trabucco

Il famoso monolite del Pizzomunno,dalla forma falloidale alto 25 metri , ha una bella leggenda simile a tante altre , per l’ amore sofferto di due giovani sfortunati. Pizzomunno era un giovane pescatore, innamorato di una meravigliosa ragazza di nome Cristalda. Il ragazzo ogni giorno affrontava il mare per raggiungere la sua amata, ma puntualmente le sirene, creature marine, emergevano dalle acque cantando melodie d'amore per attirare l'attenzione di Pizzomunno. La gelosia delle perfide sirene, separarono questi due innamorati. Cristalda fu rapita e portata in fondo al mare e Pizzomunno, per il dolore, fu trasformato nel monolite pietrificato che si ammira ora. La leggenda continua, narrando che ogni cento anni, in una notte di luna piena, i due giovani innamorati riprendono vita per incontrarsi di nuovo e vivere il loro sogno d’amore. Ho camminato per un paio di ore su questa spiaggia per rientrare in albergo che era ormai sera.Il mattino successivo, 2 Maggio, anche se le previsioni meteo annunciavano pioggia, ho gradito fare il GIRO DEI TRABUCCHI, da Santa Maria di Merino a Vieste, circa 10 KM . La città di Merino è conosciuta perché Papa Celestino V, Pietro da Morrone, venne catturato presso la chiesa, oggi Santuario di Santa Maria e fatto prigioniero da Guglielmo Stendardo II per volere di Papa Bonifacio VIII. Il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, rinunciò al pontificato, (…che fece per viltade il gran rifiuto...).Il Santuario di Santa Maria di Merino è l’unica traccia tangibile che resta dell’antica città di Merino. La statua lignea di Santa Maria di Merino ha consentito a mantenere viva la memoria di questo antico borgo.  La leggenda racconta che la statua fosse stata ritrovata da alcuni marinai su una spiaggia di questa zona ed in suo onore venne edificata una chiesetta proprio nel luogo dove la statua era stata ritrovata. La statua, pur se venne successivamente spostata in una Cappella all’interno della Cattedrale di Vieste, aumentò il legame spirituale tra gli abitanti di Vieste e questo luogo. Tale legame è rimasto vivo nei secoli, e tutt’oggi la Festa in onore di S. Maria di Merino è uno degli eventi più importanti della città di Vieste. Ho iniziato la mia escursione e mi ha da subito coinvolto, il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli, il colore turchese del mare, la folta macchia mediterranea, i promontori, i gabbiani, il silenzio, la convessità della costa, i promontori, i trabucchi che mi hanno regalato uno spettacolo indimenticabile.Il trabucco garganico è localizzato tra Vieste e Peschici. E’fermamente ancorato sugli scogli con grossi tronchi secolari di pini d’Aleppo. Queste costruzioni sono costituite da un piano di tavole al centro del quale sorge il casotto, dove il pescatore si porta di primo mattino e attende di recuperare la rete con i pesci, manovrando l'argano rotante. Con un rapido movimento, l'argano viene fatto girare per riavvolgere le corde collegate ai quattro angoli della rete e in pochi istanti, riemerge il pescato. Dal casotto si protendono verso il mare quattro lunghe antenne che sorreggono una grandissima rete mediante dei canapi ad esso legati che viene adagiata sul fondo del mare. Il nome di tale rete dove cade il pesce, si chiama trabocchetto. In questa struttura da pesca dell'Adriatico Garganico ci lavorano normalmente quattro pescatori, i trabuccolanti. Due di loro sono preposti alla manovra dell'argano, il lavoro più pesante, che consente di calare in mare la rete e poi di ritirarla fuori dell'acqua. Uno è addetto all'avvistamento dei banchi di pesce. Uno si occupa di dare i comandi e di scegliere i tempi per l'effettuazione delle varie manovre. Un’organizzazione perfetta. La diversità dei “trabucchi del Gargano” dai “trabocchi abruzzesi” è dovuto alla morfologia delle due coste. I trabocchi abruzzesi sono collocati direttamente sulla costa, dove l’acqua è meno profonda e alla quale sono collegati con un ponticello di legno, inoltre sfrutta un sistema di pesca chiamato “a bilancia”. Le bilance hanno un solo argano, la rete è molto più piccola di quella dei trabucchi garganici. Altra caratteristica che differenzia le due tipologie è la lunghezza ed il numero delle antenne, nei trabocchi sono due.

Trabucco

I trabocchi della costa abruzzese sono tutti funzionanti, la maggior parte come ristoranti. I trabucchi nel Gargano sono stati inseriti nella categoria del patrimonio del Parco Nazionale e quindi sono attentamente tutelati. Invece…! Incredulo, ho constatato lo stato di abbandono di questi trabucchi. Funi spezzate, legno fradicio, pali cadenti, l’interno…, un insieme di cose buttate. Mi sono informato e sono venuto a conoscenza che sui Trabucchi del Gargano ci sono ricorsi, contestazioni, cause, sentenze del Tar, fra associazioni ed istituzioni, da tanti anni e tutto questo danneggia il patrimonio. Penso che, conoscendo i tempi lunghi per la pronuncia del giudizio, questi trabucchi avranno vita brevissima. Peccato! Da subito bisognerebbe provvedere al recupero, valorizzazione, mantenimento e ricostruzione dei trabucchi con annessi manufatti e alla tutela delle aree circostanti. Sono convinto che occorre una sinergia fra pubblico e privato affinché i trabucchi possano essere  effettivamente tutelati come bene storico, culturale e paesaggistico.

Scritto da Luciano Pellegrini
Foto dei Trabucchi