17 giugno 2024

Sergio il mio caro amico, il calzolaio

 

Mi piace girovagare per i borghi, per conoscere la mia nuova città. Donatella questo sabato lavora e io camminando qua e la in attesa che venga mezzogiorno e si va da qualche parte a mangiare qualcosina, magari al Pedavena, la più antica birreria di Trento, dove fanno canederli e crauti da leccarsi i baffi, sono arrivato in via Fiume davanti alla bottega del mio amico Sergio, il calzolaio Decido di entrare per salutarlo. Aperta la porta a vetri della bottega,subito ti viene incontro un acre odore di mastice che, mescolandosi all'odore del kerosene della vecchia piccola stufa, si spande nel silenzio, rotto ogni poco dal rumore di un martello. Sui ripiani degli scaffali in legno, dietro il bancone, sono stipate almeno duecento paia di scarpe rattoppate. Una vetrinetta conserva come reliquie vecchi tubetti di creme e spazzole ed altri elementi da calzolaio. Di fronte una vecchia Singer a pedale. Aspetti qualcuno senza impazienza, perché i muri ingialliti e un po' scrostati, il tubo della stufetta che si innesta nel soffitto, la luce che pende dall'alto di un tubo al neon, ma soprattutto tutte quelle scarpe sformate e fuori moda, dalla punta rialzata, dai lacci mancanti, tutte queste cose ti fanno compagnia suggerendo immagini della vita che passa, di una giovinezza irripetibile. Quella galleria di scarpe sempre più appare come una metafora di esperienze: delusioni, illusioni, amarezze, rimorsi. Un tacco nuovo fiammante e una suola nuova di zecca non cancellano il passato. Vedendole lì ammassate e dimenticate, quelle scarpe suggeriscono suggestioni di un abbandono. Ed è un senso di abbandono che stride e che sa di ingratitudine leggere il proverbio scritto nel quadretto alla parete: «scarpa vecia no la fa mal». Il martello tace e la tenda che separa la bottega dal retro si scuote. Con gli occhiali sulla punta del naso e la larga pelata tra da due abbondanti ciuffi grigi che fioriscono sopra le orecchie, con il grembiule blu imbrattato di pece che copre un camicione di flanella, Sergio si ferma lì con la tenda in mano e garantisce: «Ancora do minuti e le ho finide, le to scarpe». Mi invita ad entrare nel retrobottega girando torno torno ad un cono di un centinaio di scarpe vecchie da riparare buttate alla rinfusa, sulla cui cima spunta un dischetto-giostra con chiodini di tutte le misure. Accanto un pennello, due pinze, il martello, il barattolo della Nutella con dentro la colla. C'è di tutto ed altro ancora. Si siede sullo sgabello, torna a mettersi gli occhiali a cavallo del naso e quasi sparisce dietro la montagnola di scarpe. «En dì o l'altro sero, basta son stuf. Caro mio, i è quasi setanta», sospira rivolto al tacco rifatto di una scarpa destra dalla cui suola strappa il bigliettino bianco con il cognome incollato. Lo ascolto distrattamente, osservando i suoi piedi sommersi dal cumulo delle scarpe, decifrando il quadretto alle sue spalle di San Crispino protettore («sora», dice lui) dei calzolai con un santino della Madonna Addolorata accartocciato e fissato in un angolo tra vetro e cornice. Sono almeno quattro o cinque stagioni che, puntualmente, Sergio dice di essere stufo e che «ancora qualche mes e dopo sero... che i se faga benedir tuti». Anche gli «oooh», arricchiti qua e là di qualche «te gai propi resòn!» si ripetono puntuali ad ogni stagione e viene il dubbio che ci si prenda in giro vicendevolmente, tanta è la banalità delle frasi che ci scambiamo. «Pensa che - continua in un soliloquio mormorato e interrotto ogni tanto dal rapido gesto di lasciar cadere gli occhiali sul grembiule per poi inforcarli nuovamente - pensa che sto sgabèl su cui son sentà el gha setanta ani, tanti quanti tuti sti atrezi che i è i stessi de me por papà. E mi, sora chì, son sentà a laorar da zinquataquatro ani. Quaranta chì su'n zima a via Fiume,quatordese, zento metri pù soto. Me papà, a Trent, da Povo, l'era vegnù'n del  vintizinque». Questa volta lo ascolto con vero interesse perché, pur sapendolo uno dei protagonisti dell'artigianato storico della Bolghera, non ricordavo che per Sergio fossero così tanti gli anni di lavoro in un laboratorio, sempre sulla medesima strada, andando a casa e al lavoro a piedi sempre sulla medesima strada, sempre dalle sette la mattina alle sette della sera, primavera, estate, autunno, inverno per cinquantaquattro anni. Questa volta, mentre lui, seduto, continua a rivolgersi ai tacchi delle scarpe, in piedi lo seguo con attenzione e, parlandogli quasi addosso alla pelata, interrompo il suo racconto chiedendogli precisazioni. Suo padre Giovanni, morto a 37 anni nel 1943, aveva avuto a Povo negli anni Venti un calzaturificio che aveva dovuto chiudere per la crisi della fine di quel decennio, trasferendosi quindi in una bottega più piccola, ben settanta anni fa, appunto in via Fiume. Lì, Sergio, agli ordini della madre vedova aveva imparato a battere chiodini, scucire tomaie, tagliare suole, piegare il cuoio, a incollare e a lucidare. Aveva imparato a fare scarpe su misura, soprattutto in favore di qualche zoppo, gente sfortunata che oggi - dice Sergio- chiamano portatori di handicap. Dopo aver fatto sospirare il lavoro per una settimana finalmente sta davvero finendo. Come ogni artigiano che si rispetti, infatti, le due giornate che chiede Sergio Moser per fare un lavoro diventano sempre quattro o cinque. Ma non importa. Lui, con un collega che lavora a poche centinaia di metri di distanza, è rimasto il solo in tutta Trento a fare il ciabattino classico. Si alza, si pulisce le mani nel grembiule, prende da una pila di quotidiani vecchi un paio di pagine e incarta le scarpe che poi affonda in un sacchetto di plastica strapazzato. «Tre euro, va là, ma perché te sei ti», lusinga rispondendo alla richiesta. Poi lascia cadere sul grembiule un'altra volta gli occhiali trattenuti dal cordoncino e facendo strada attraverso la tenda si ferma davanti ad una porticina di un armadio. Spiega che dentro vi sono le scarpe che i clienti hanno portato a far riparare, anche per lavori costosi, e che mai più nessuno, ormai da qualche anno, non va a ritirare. E lui, giustamente, trascorso un certo tempo, regala quelle scarpe, costategli fatica e materiale, ai poveracci e a coloro che, soprattutto extracomunitari, gliele chiedono. Sospira, Sergio, che i tempi sono cambiati, lamentandosi che nessuno più gli chieda un paio di scarpe su misura, ricordando di aver fatto credito, nei decenni passati, alle persone che non avevano i soldi per pagare. «Gaveven - spiega - en libret su cui noteven i crediti de quei che i podeva darne soltant'n aconto. Come succedeva'n dele boteghe de pan e'l late e co i alimentari. Ma adess no l'è pu cossì. Per fortuna. Ensoma. Così l'è, cossa vot che te diga, mi a casa a far nient no me vedo propi». «Ma scusa - obietto - no avevet dit che tra qualche mes..». «Miii? Mi no. Mi, finchè gò la salute, continuo a laorar».



03 maggio 2024

Murales di Giorgia Meloni vandalizzato in centro a Milano

 

Giorgia Meloni dipinta come Marylin Monroe con l'iconico abito bianco che si solleva in 'Quando la moglie è in vacanza' e in questo caso lascia vedere un paio di mutande con la bandiera europea: dopo un giorno dall'apparizione del murales su una colonna fra piazza San Babila e via Monte Napoleone il murales dell'artista aleXsandro Palombo è stato vandalizzato con una ics nera sulle labbra della premier e la scritta 'E' un insulto a Marylin. Ti consideri pro vita ma lasci gli immigrati morire in mare". Il murales è stato realizzato subito dopo l'annuncio della candidatura alle Europee della premier e non è la prima opera di Palumbo ad essere vandalizzata. E' accaduto, cinque volte, ad esempio ai Simpson ad Auschwitz realizzato sui muri esterni del Memoriale della Shoah con lo scorso gennaio anche la scritta W Hitler. A maggio Palombo aveva già ritratto Meloni, insieme alla segretaria del Pd Elly Schlein, spalla a spalla incinte con sul grembo della presidente del Consiglio "Not for rent" e su quello della Schlein la scritta "My uterus my choice".

14 dicembre 2023

I tesori aquilani in Valle d’Aosta - In mostra al Forte di Bard opere provenienti delle chiese restaurate dopo il sisma

 

Le Madonne con Bambino del Maestro di Sivignano e di Matteo da Campli, il grande Crocifisso della Cattedrale e la Croce processionale di Giovanni di Bartolomeo Rosecci, il San Michele arcangelo di Silvestro dell'Aquila e il San Sebastiano di Sattunino Gatti: sono alcune delle opere che, provenienti dalle chiese aquilane, recuperate e restaurate dopo il terremoto del 2009, saranno esposte al Forte di Bard, in Valle d'Aosta, fino al 17 novembre. La mostra si intitola «L'Aquila Tesori d'arte tra XIII e XVI secolo» ed è promossa dall'associazione Forte di Bard con il patrocinio del Comune dell'Aquila e della presidenza del consiglio regionale dell'Abruzzo. Ospitata al primo piano dell'Opera Carlo Alberto del Forte di Bard, la mostra, che nasce come omaggio alla città dell'Aquila nel decennale del sisma, dà la possibilità di ammirare 14 opere tra orificerie, sculture in terracotta, pietra e legno, dipinti su tavola e tela provenienti da chiese aquilane. «Negli ottocento anni della sua storia L'Aquila è stata più volte un centro economico e di transito e un centro artistico ricco di botteghe e scuole capaci di reinterpretare influenze fiorentine, romane e napoletane, creando un linguaggio personale e immeritatamente ancora poco noto», ha detto Marco Zaccarelli, che è l'ideatore del progetto al quale partecipano l'ufficio Arte sacra e beni ecclesiastici dell'arcidiocesi metropolitana dell'Aquila e del Polo museale dell'Abruzzo / Munda (Museo Nazionale d`Abruzzo) - prestatori delle opere - la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città dell'Aquila e i comuni del cratere sismico e il Segretariato regionale dell'Abruzzo direzione regionale per Beni culturali e paesaggistici dell'Abruzzo. La mostra si può visitare nei giorni feriali dalle 10 alle 18; sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 19; è chiusa il lunedì. Contemporaneamente il Forte di Bard ospita la mostra fotografica “La città nascosta" del fotoreporter aquilano Marco D'Antonio, a cura di Eleonora Di Gregorio; a impreziosire il tutto ci sono due costumi del Corteo storico della Perdonanza Celestiniana, candidata a patrimonio immateriale Unesco.

02 novembre 2023

Nonna Leontina


 

La mia nonna paterna si chiamava Leontina; era rimasta vedova ancora giovane e quando io andavo alla scuola materna lei poteva avere circa una settantina d’anni ed era stata operata da poco di un tumore al seno e faceva le applicazioni di raggi che le avevano ridotto la ferita in una crosta marrone. Siccome era rimasta sola, io ragazzino spesso andavo a dormire da lei o, per meglio dire, con lei, nel suo grande lettone matrimoniale. La camera dove dormivamo, era piuttosto grande e arredata con semplicità, aveva due finestre, una a levante e l'altra a mezzogiorno ed era luminosa e sempre fresca. Infatti d’estate la nonna, arieggiata la stanza e rifatto il letto, si premurava di tener chiusa l’imposta giusta,  d'inverno invece chiudeva alla sera solo l’imposta di mezzo giorno, lasciando che l'altra finestra fosse illuminata poi dalla luce pubblica stradale. Vi aleggiava inoltre un profumo (chiamiamolo cosi) inconfondibile, che a me piaceva molto. Forse si trattava di una mescolanza di odori: odore di bucato, odore di legna e di fumo . Il coricarsi alla sera, specie nella stagione invernale, era un rito, in seno al quale le azioni e i tempi, sempre uguali, erano pervasi da un sottile fascino. Dunque, la nonna toglieva da sotto le coperte lo scaldaletto, cioe la padella di rame contenente brace e posta all’interno di una leggera struttura chiamata “monaga”; io allora mi infilavo subito per primo sotto le ruvide e calde lenzuola, mentre la nonna indugiava ancora armeggiando in cucina. Quando ormai stavo per cedere al sonno, ecco che arrivava all’orecchio, sempre più distinto, il rude ticchettio della sveglia che la nonna portava con se entrando in camera: “Clic cloc, clic cloc, clic cloc..”. Compariva dunque la nonna, quasi come un fantasma, nella sua lunga, bianca camicia da notte e si apprestava a “scalare” il letto con la lentezza tipica dell’età, riuscendo finalmente a coricarsi. A questo punto mi toglievo una maliziosa soddisfazione: tiravo un poco le coperte dalla mia parte, girandomi su di un fianco e infastidendo cosi la nonna, che sentendosi scoperta, reagiva in modo pittoresco: “Cavolo, no sta tirar le coperte tutte dalla tua parte, che così mi scopri”. Allora mollavo la presa (un bel gioco dura poco), davo la buona notte alla nonna e che spegneva la luce. Poi una grande quiete e un'atmosfera magica aleggiava nella camera, la luce di un lampione della strada sottostante filtrava attraverso le tende bianche e traforate della finestra, mentre il clic - cloc della vecchia sveglia era gradevole e rassicurante: infatti, quando, nel cuore della notte, mi svegliavo impaurito per qualche brutto sogno, il suo ticchettio sommesso, distinto e familiare, mi riportava ad una serena realtà. Sembrava voler dire la sveglia sorniona: “Non ti preoccupare, è stato solo un brutto sogno, qui tutto va bene e poi io sono sempre all’erta e sveglia per voi”. Se talvolta il sonno tardava un poco a venire, la finestra di levante ci regalava sempre qualche suggestiva visione: l'oscillare della lampada sulla pubblica strada al vento capriccioso di marzo, l'ondeggiare delle fronde di un noce sottostante colpite dalla tramontana o dalla grigia pioggia autunnale, gli arabeschi fioriti di ghiaccio sui vetri nelle serene e gelate notti d’inverno, ma anche, a sorpresa, il comparire silenzioso dei fiocchi di neve! “Nona, fiocca: domani jeme  a slittàr” (Nonna nevica: domani andiamo a slittarel) dicevo allora. E in risposta: “Durme mò, che è tardi e dumane  a di jè a la scol ...” (Dormi adesso, che e tardi e domani devi andare a scuola.

Enio 2 novembre 2023

 

 

 

01 novembre 2023

Le trecce di Dio

 

Tuttavia, io credo
che piantando nella terra un pettine
riuscirò a filare le trecce di Dio
in ragione di lunghi solchi
innervati alla mia spina dorsale.

 

Donatella Maino 1 novembre 2023

 

 

 

24 giugno 2023

La vecchiaia

 

Un mio consiglio per viverla in maniera intelligente. 

Viaggiare, se si può. Stare a contatto con i giovani e scrivere. Così la terza e la quarta età diventano un periodo felice. Lo sapeva già Cicerone. Si pensa che la vecchiaia coincida col ripiegamento su se stessi e la perdita di interesse per tutto quello che accade intorno. E’ un destino ineluttabile? Niente affatto. Essere a contatto con i propri pensieri saperli elaborare, è una attività fondamentale che ci accompagna nel corso degli anni. E la vecchiaia è un periodo particolarmente fruttuoso, per riprendere il “De senecture” di Cicerone: la persona ritrova il filo della propria vita, scopre il desiderio che ha mosso la propria esistenza. L’accettazione dell’età che avanza genera riflessi positivi sul piano psicologico e anche sul cervello. Se invece la vecchiaia viene rifiutata si va incontro ad un deterioramento generale e nei neuroni possono depositarsi le placche senili che caratterizzano la malattia di Alzheimer.

 

Voi mi chiedereste : esiste un decalogo per restare giovani ?

Tra gli aspetti decisivi c’è la curiosità. Evitare di chiudersi nelle proprie abitudini e prendersi cura del corpo, mangiare bene, fare sport per quanto possibile, continuare a viaggiare. Ed è cruciale coltivare il rapporto con le nuove generazioni. I club per vecchi vanno bene ma attraverso i giovani il vecchio resta in contatto con la vita. In Italia gli over 65continuano ad aumentare attualmente sono circa il 21 % della popolazione, tre punti % in più della media europea.

Ha ancora senso definirli anziani ?

Direi di no. A me il termine anziano non è mai piaciuto, troppo politically correct, preferisco vecchio. Oggi il ciclo vitale è cambiato profondamente: Dante, quando inizia “nel mezzo del cammin di nostra vita” ha circa35 anni, oggi lo stesso momento può essere collocato tra 50 e i 60 anni. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono state varate diverse leggi per contrastare la discriminazione dei lavoratori ultrasessantacinquenni . Jerome Bruner,  tra gli artefici della rivoluzione cognitiva  a livello mondiale che negli anni Cinquanta diede avvio all’era dei computer, era stato professore ad Harward e Oxford. A 98 anni insegnava alla School of Law della New York University.

28 maggio 2023

L'ignoranza

 

Una delle piaghe della società moderna è l’ignoranza. Non solo è evidente nei dialoghi con i conoscenti, ma perfino negli istituti scolastici. Ricordo che il mio professore di italiano che pensava che la cedrata fosse un’opera minore del Tassoni e che il mio compagno di classe Ferdinando fosse un gerundio: non capiva un’acca! Il docente di musica non sapeva un piffero, il docente di religione un’ostia, quello di informatica credeva che uno strumento multimediale avesse fatto molte volte le scuola medie. Il mio veterinario pensa che l’ignoranza sia una brutta “bestia”, chi va a caccia di guai debba portarsi una specifica razza di cani e se un ladro ruba il succo della mucca è un lattitante. Per non parlare dello speleologo che non riesce ad “a...grottare” la fronte e del dipendente della Zecca che è mio...coniato. Quante gente parla di Beethoven senza conoscere i suoi dipinti! Mi chiedo se l’ignoranza abbia un’unità di misura, se sia un peso per la società: chilo...sa


24 novembre 2022

1953 la prima elementare


 

Il primo ottobre del 1953, alla scuola della Madonna degli Angeli è suonata la campanella del mio primo giorno di scuola. Quell'anno io frequentai la prima elementare. Il mio primo giorno di scuola è indelebile nella mia mente, tra i ricordi che ho dell'infanzia è quello che mi fa più tenerezza. Quel giorno avevo paura e un misto di agitazione, curiosità e tristezza. Ricordo tutti i preparativi; ero vestito con un grembiule fino al ginocchio di colore nero e un fiocco blu sopra un gran colletto bianco e in mano una cartella marrone che odorava di cuoio e cartone. Ero così contento di imparare a leggere che credevo, dentro di me, che in un giorno, il primo, per magia avrei imparato a capire quegli elementari scarabocchi che tutti leggevano. La maestra appena entrati in classe, senza neppure fare l'appello ci disse di fare un bel disegno libero. Un disegno libero cosa vuol dire? Libero? Forse la maestra voleva un disegno che sapesse volare, oddio io non lo so fare, oppure un disegno senza catene... ma come si fa? Non so farlo neanche con le catene, figuriamoci senza. Guardo i miei compagni di scuola, di cui non ricordo più i nomi, ma che fanno? Un fiore? un cane? Un gatto? Ora ho capito! E' un disegno a scelta... l'emozione era tanta da non capire quello che la maestra diceva. Finalmente ora potevo disegnare e mi ricordo il mio primo disegno, un pupazzo stilizzato con i capelli rossi e un bel grembiule nero, era proprio il mio compagno di banco. Deluso, al trillo della campanella uscii dall'aula, una corsa fino da mia madre che mi aspettava sul portone della scuola e un urlo di liberazione per dirle: "Mamma guarda che non mi hanno insegnato a leggere"..." Ricordo lei che con un sorriso mi rispose: "Stai tranquillo figliolo, vedrai che nei prossimi giorni lo faranno". Restai da ottobre alla fine di marzo a casa della zia Anna alla Madonna degli Angeli, ritornando a casa solo la domenica, perchè la strada per arrivare a scuola, dalla Madonna della Vittoria, era tanta e mia madre non poteva accompagnarmi tutti i giorni. Tutto questo succedeva tanti anni fa quando la scuola iniziava ogni anno il primo ottobre, e per tutti era una certezza, adesso ogni anno la data è diversa, forse perché viviamo in un mondo troppo volubile e quindi anche la scuola si è adeguata.